Oggi mercoledì, 22nd Settembre 2021
Elisa Malizia

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Storytelling del femminicidio: così la vittima scompare dalla narrazione

Storytelling del femminicidio: così la vittima scompare dalla narrazione

È la notizia di cronaca nera che più fa discutere, ma sempre per i motivi sbagliati. Ogni volta che un uomo ammazza una donna, il nodo fondamentale è sempre e solo uno: il passaporto dell’assassino. Non è solo una questione leghista; se è vero, com’è vero, che il partito di Salvini basa la sua politica sulla paura dello straniero, a sinistra le cose non vanno meglio. Dunque, se da una parte si strumentalizzano i reati commessi principalmente da neri per avere consenso spiccio che parte dalla pancia e non dalla testa, dall’altra avviene la medesima cosa se l’assassino è un bianco, meglio se italiano. In tutto questo, la vittima scompare, inghiottita dalla retorica, da pseudo cifre, statistiche, e si rimanda all’infinito un dibattito politico e sociologico necessario e sempre più urgente.

Molti, troppi errori vengono compiuti anche da chi di questi omicidi si occupa. Il linguaggio non può essere mai casuale, parlare responsabilmente dovrebbe essere la regola aurea di chi fa informazione. Si lasciano troppe sfumature, troppo margine per dire che forse se l’è cercata. Che sia una giovane che si drogava, o una moglie che voleva divorziare, la domanda che certa cronaca a maglie larghe permette di formulare è: “sì, ma lei?”. L’opinione pubblica dovrebbe contribuire a rendere stigma il delitto ma quasi mai la vittima diventa l’argomento centrale. Non si insiste mai sul fatto che il problema è sempre il colpevole, non la vittima. La vittima non può e non deve farsi carico del suo stesso omicidio.

La narrazione malsana, spesso, propone le immagini di una coppia felice in vacanza, o con i figli; dà la colpa “all’amore che uccide”, è “omicidio passionale” o “dramma della gelosia”. L’amore, la passione, la gelosia, non uccidono. È prerogativa di quell’uomo che ha compiuto l’omicidio e a lui va restituita la responsabilità della sua azione. Non c’è mai storytelling sulla vittima, su quello che avrebbe voluto per sé e per la sua vita, non c’è cronaca fredda sulle sue denunce alle autorità o sulle confidenze alle persone più vicine. C’è solo una lunga trama romanzata di una vita stroncata da un omicida che non accettava di essere mollato o tradito o rifiutato. In questo caso nessuno, in effetti, si chiede “sì, ma lei?” perché lei non conta più, è morta, sepolta, inesistente nella trama perché ormai fuori dalla scena, diventa lei stessa antagonista e non più protagonista. Il protagonista non è neanche la morte, ma l’assassino.

Continuare a indugiare sulla nazionalità del criminale non fa altro che rendere più profondo quel solco di educazione mancata e manchevole, sempre più difficile da riempire perché, da ambo le parti, è un bacino elettorale a portata di mano e semplice dal quale attingere. Quando il dibattito non verte su un ridicolo “maschi contro femmine” come nelle partite di pallavolo alle medie, diventa “nero contro italiano”. Una diatriba che lascia donne morte dietro di sé di cui nessuno, sul lungo termine, si occupa.

E intanto, secondo i dati ufficiali, in Italia viene ammazzata una donna ogni 72 ore, e viene ammazzata da un ex marito, un compagno, un amante. Non c’è una risposta politica adeguata perché non è conveniente, c’è solo da banchettare su un corpo ancora caldo che sposta qualche centinaio di voti.

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Elisa

Taciturna ma non asociale, astemia se non si tratta di spritz. Leggo principalmente autori morti ma non è una regola. Mi occupo di comunicazione dal 2010, pur avendo ancora un'agenda cartacea e l'abitudine vintage di prendere appunti sui fogli sparsi.

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